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A CAVALLO SULLA VIA DEL TE'
 
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Sono infinite sulla Terra le strade che conducono decise al cuore della Storia: dalla Route 66, che scioglie in miglia i nodi cruciali della cultura pop americana, alla Via della Seta, che scende lenta nella profonda pancia dell’Oriente. Chi preferisce cavalcare tra le nuvole, in disparte, sceglierebbe senza dubbio il tracciato della via del tè che, dalla Cina sud-occidentale, raggiungeva l’India attraversando il Tibet a sud dell’Himalaya.

Sono passati mille anni da quando carovane trasportavano tra rocce e vento l’essenziale, tè e sale, per tornare in Cina con il lusso dei tessuti colorati e dei destrieri da guerra del Tibet. All’aeroporto di Chengdu continuiamo a fantasticare: mancano due giorni per montare a cavallo.    

 

Step 1: A valle dell’Himalaya  

Gli antichi documenti cinesi chiamano la strada Chamagudao: la via del tè e del cavallo. Due sono i percorsi principali. Il primo parte in Cina dalla regione di produzione del rinomato tè Pu'er (presso Xishuangbanna e Sima, prefetture della provincia di Yunnan) e raggiunge Lhasa, la capitale del Tibet, passando per Dali, Lijiang, Zhongdian (contea di Shangrila), Deqin, Mangkang, Zuogong, Bangda, Changdu (provincia di Sichuan), Luolongzong e Gongbujiangda. Da Lhasa, scende infine verso sud attraverso Jiangze, Pali e Yadong; passa in Nepal e arriva in India.

L’altro tragitto inizia a Ya'an (Sichuan), centro di coltivazione del tè Yacha, e raggiunge Nepal e India dopo aver toccato Luding, Kangding, Batang, Changdu e Lhasa. Cinquantasei sono le tappe classiche lungo i 2300 km che separano l’interno del Sichuan dalla capitale tibetana: per meritarla bisogna attraversare cinquantuno fiumi, quindici ponti di corda e dieci ponti di ferro, valicando settantotto montagne che superano i 3000 metri di altezza.

Oltre alla complessa topografia, compensata dall’incommensurabile biodiversità che rende unico il paesaggio, sono le condizioni meteorologiche a aumentare il livello di difficoltà: nell’arco di 24 ore possiamo essere costretti a affrontare neve e sole ardente, esposti senza tregua a forti raffiche di vento.  

 

Step 2: Sul tetto del mondo

Nonostante il nostro fantasticare, siamo nervosi all’aeroporto cinese di Chengdu: avremmo preferito arrivare direttamente in Tibet. Sono due le compagnie che ci hanno consigliato per affittare cavalli: l’inglese Unicorn Trails (www.unicorntrails.com, per info: enquiries@unicorntrails.com) e la canadese Hidden Trails (www.hiddentrails.com, info@hiddentrails.com). Dobbiamo affrontare due settimane di fatica in altura e impieghiamo i primi due giorni per acclimatarci; prenderemo l’autobus solo per le lunghe tappe di trasferimento. Cominciamo a cavalcare, accompagnati da guide locali e da altri dieci viaggiatori, nelle praterie di Amchok, nel profondo Sichuan. Tra rigogliose colline sono accampati pastori in tende nere che vivacizzano il panorama. Stanno vigilando con cura il proprio tesoro: gli yak. Senza il loro latte e il fondamentale aiuto che ne ricevono per lavorare i campi, è facile immaginarli perduti.

Entriamo nell’altopiano del Tibet orientale in una calda mattina di giugno. Ai piedi di cime innevate, i campi sono un esplosione di fiori mai visti. I cavalli liberi, che alterniamo, portano senza sforzo i nostri scarni bagagli: cibo, indumenti, l’attrezzatura necessaria per accamparci. I templi buddisti che visitiamo, anche quelli più rurali, sono sempre decorati da tappeti. Ci spiegano che quest’arte tradizionale è stata diffusa dai cavalieri: anche se le nostre selle sono moderne, un tempo erano infatti costituite da tappeti che pendevano lungo i fianchi del cavallo.

Lungo il percorso incrociamo pellegrini diretti a Lhasa. Alcuni si prostrano al suolo come se volessero misurare la sacralità del viaggio con il proprio corpo. Ci appaiono così più chiare le parole del XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso, in esilio dal 1959 a Dharamsala, in India, con altri 120mila tibetani: “Le creature che abitano questa terra, animali e esseri umani, sono qui per contribuire, ciascuno nel suo modo particolare, alla bellezza e alla prosperità del mondo”. La sera ci fermiamo a dormire in un piccolo albergo. A cena ci servono della Tsampa, l’alimento più tipico del Tibet, anche perché l’ingrediente base è facile da trasportare. Si tratta infatti di un impasto di farina di orzo, con l’aggiunta di spezie e sale, che viene sciolto nel tè bollente insieme al burro di yak. Per precauzione, durante la notte organizziamo dei turni di guardia: il rischio di furto di cavalli è alto.

 

Step 3: Acque sacre

Terminato a Lhasa il nostro viaggio ufficiale, decidiamo di proseguire fino al Nam tso, “il lago del cielo”, dove l’energia femminile delle acque si incontra con quella maschile delle montagne che lo circondano. In passato, prima che si concretizzasse la volontà della Cina di imporre quello che considera univocamente progresso, non era facile raggiungerlo. Ora basta prendere una comoda strada che dalla capitale sale verso Golmud, per continuare poi verso Pechino.

Dopo 180 km in autobus arriviamo a Damshung; da qui, girando a sinistra, ci vorrebbe un’ora per coprire i 50 km che ci separano dal lago. Per risolvere le falsificazioni generate dalla modernità, decidiamo di affittare di nuovo un cavallo da un pastore del posto. Impieghiamo due giorni per risalire una vallata impervia disegnata da un piccolo fiume, fino a 5300m di altezza.

Mentre osserviamo rapiti l’epifania del lago, che dall’orizzonte prende slancio verso il cielo tinto di un azzurro più chiaro, lasciamo le redini e poggiamo i piedi sulla certezza della terra. Il nostro viaggio dimostra, d’accordo con il pensiero del medico e scrittore taoista Peter Goullart, che anche se una catastrofe dovesse in futuro spazzare via tutti i mezzi di comunicazione e di trasporto concepiti dalla tecnologia, l’umanità potrà sempre trovare nel cavallo un compagno che gli permetterà ovunque di ristabilire un legame tra i popoli dispersi sull’immensità del Pianeta.

Di Federico Gurgone

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vanhireguide - 2 years ago

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