Fino ad adesso avevo sempre corso in luoghi amici, città, campagne e montagne in cui ti sentivi libero, a contatto con la natura, ma sempre così integrato da trovarsi poi spesso insoddisfatto, come se mancasse ancora qualcosa.
Poi questanno, decido di provare una gara diversa, in un luogo distante non tanto fisicamente quanto mentalmente dal mio modo di correre, così mi iscrivo alla Chott Marathon Extreme, che si correrà sul grande lago salato di Chott el Djerid, nel sud est della Tunisia, non distante da Tozeur.
Partiamo alle sette di mattina, è ancora buio, e nei i primi sei chilometri allinterno del palmeto di Nefta siamo accompagnati solo dal nostro respiro e dalla luce delle stelle, poi le palme si fanno più rade, entriamo nel Chott; ancora un paio di chilometri ed alle nostre spalle sorge il sole, una grande palla arancione che minuto dopo minuto sale allorizzonte, lo spettacolo è da lasciare senza fiato, se non fossimo in gara ci sarebbe da fermarsi e restare a guardare in silenzio.
La luce ci rivela la grande distesa salata, i riferimenti via via scompaiono, il palmeto alla nostra destra metro dopo metro si fa sempre più lontano, il sole che sale alle nostre spalle proietta le nostre sagome sul terreno come ombre cinesi; il sorgere del sole porta con se anche laumento della temperatura, non è ancora caldo, ma presto lo sarà, un filo di vento fresco ci accarezza le spalle e ci spinge, leggeri, verso il primo rifornimento.
I primi ventuno chilometri vanno via facili, lo spettacolo dellalba ci ha come galvanizzati, ma adesso viene il difficile; passo il primo rifornimento, cerco qualcosa, un punto, una figura, una sagoma allorizzonte, ma non cè niente, solo lorizzonte piatto.
Mi accorgo che adesso sento solo il mio respiro, sono solo, sarà più difficile correre senza compagnia, ora il calore è forte, quanti gradi saranno, 30? 35? Il vento, adesso contrario, mitiga la temperatura, ma rallenta anche, costringe ad impegnare maggiori energie; e poi il terreno, doveva essere duro, compatto, ma ieri ha piovuto (qui piove?) e la pista ora è molle, cedevole, a tratti fangosa, e bisogna stare attenti a rimanere al centro per evitare di affondare fino alle caviglie.
Ho sete, quanto tempo è passato dal rifornimento? Il prossimo sarà al trentaduesimo chilometro, ma quanti ne mancano?
Cerco con lo sguardo allorizzonte la bandiera del rifornimento, ma non vedo ancora niente, mi volto per vedere se ho alle spalle qualcuno, rallento, mi fermo un attimo; lo sguardo gira a 360 gradi, non cè niente, assolutamente niente fin dove lo sguardo può arrivare, il nulla assoluto, una enorme distesa piatta monocolore interrotta solo dalla pista, che davanti e dietro si perde poi nel nulla.
Riparto, i muscoli sono indolenziti, vorrei bere, ma non voglio utilizzare le mie riserve dacqua, ancora niente allorizzonte, devo tener docchio la pista, in certi punti appena accennata, uscirne sarebbe un bel problema; finalmente vedo un punto allorizzonte, non è la bandiera, è un ombra, sembra un essere umano, una sagoma, ma quanto sarà distante? Ieri al briefing ci hanno detto che nel Chott le cose spesso non sono come appaiono, quella che sembra un oasi a poche centinaia di metri potrebbe essere solo un riflesso di un qualcosa lontano diversi chilometri, o forse solo un gioco di luci ed ombre.
Infatti il punto, che sembrava li vicino, non arriva mai, accelero, voglio raggiungerlo, e alla fine, dopo eterni minuti è a tiro, cerco di capire cosè, e quando sono vicino vedo che è solo un ramo di una palma piantato nel terreno, forse un riferimento di chilometraggio, ma niente di più; rallento di nuovo, decido di bagnarmi le labbra con la mia acqua, ma va a finire che vuoto la prima bottiglietta; il terreno sembra adesso in leggera salita, forse lo è, o forse è solo la fatica che comincia a sentirsi, incrocio le orme dei cammelli che attraversano la pista, forse solo poche ore prima saranno passati di li diretti chissà dove.
Vedo la bandiera, alta, colorata, come un pinnacolo in mezzo al nulla, non è distante, ne sono certo, un chilometro, massimo uno e mezzo, le gambe girano di nuovo, aumento il ritmo; poi la beffa, il Chott ancora una volta mescola le carte, la pista svolta a sinistra, fa un ampio cerchio e mi allontana dalla bandiera, mi porta verso sud e mi costringe di nuovo a rallentare il ritmo.
Mi rassegno, cerco di non pensare al caldo ed ai muscoli che cominciano a protestare, do unocchiata al cronometro (ma va a rallentatore?) e dopo lunghi, interminabili minuti il rifornimento è nuovamente a tiro, stavolta ci sono; bevo, mi bagno la testa e riprendo, vedo in distanza le palme ma so che stavolta non potranno mancare più di dieci chilometri; ancora qualche decina di minuti e sono alledificio funerario che si trova allingresso delloasi, ora mancano sei, sette chilometri.
Ma non è affatto finita, il terreno ora è duro, un misto di asfalto abrasivo pieno di buche e sabbia, il percorso è in salita, allandata complice il buio e leuforia non me ne ero accorto, e poi è un susseguirsi continuo di curve e controcurve che non consentono lorientamento; finisco lultima bottiglietta dacqua, ma ho ancora sete, le gambe sono indolenzite e non riesco più a spingere; un gruppo di ragazzini mi incita, o forse solo mi sbeffeggia, chissà, un vecchio seduto fuori una casa mi lancia uno sguardo privo di interesse.
Finalmente dietro lennesima curva riesco ad intravedere il minareto della moschea di Nefta, ritrovo un minimo di spinta, ma mi distraggo un attimo, sbaglio strada e per fortuna me ne accorgo in tempo, percorro sei, settecento metri in più, non molti, ma a questo punto è come scalare una montagna, impreco e rientro sul percorso corretto; adesso la strada è in discesa, il palmeto lascia il posto alle prime case, ancora poche centinaia di metri, vedo e poi costeggio le mura dellHotel Caravanserrail, dove è larrivo, svolto a sinistra e vedo il traguardo, raccolgo le ultime energie, lascio andare le gambe, alzo le braccia al cielo e ci sono è fatta!
La sera, dopo cena, mentre con i miei compagni, conosciuti da poco ma già grandi amici, sorseggiamo un tè alla menta, già provo nostalgia del Chott, di quellalba incredibile, di quegli spazi senza fine, del sole a picco, del caldo ed anche della fatica, di tutte le sensazioni che ho provato.
Da quel giorno cè qualcosa di nuovo dentro di me, la voglia di vivere ancora esperienze del genere, la voglia di partire di nuovo, di correre al di fuori degli schemi; mi sono iscritto alla Marathon dAfrique, in Senegal a Dicembre, vedrò posti nuovi, conoscerò nuovi compagni davventura che alla fine saranno nuovi amici, correrò nella savana, non vedo lora.
foto terramia club